30.6.14

letti in giugno

Di solito a giugno inizio a leggere le tanto agognate letture da ombrellone.
Quest'anno, tra feste di compleanno, feste per l'asilo e cerimonie varie, al mare siamo andati ancora poco e per leggere sbracati davanti al mare dovremo aspettare luglio o addirittura le ferie d'agosto.
Nel frattempo questo mese ho letto questi libri.

Grottesco (Patrick McGrath)


"Assistere allo sfascio di quel che ci circonda, mi sono reso conto, esige un tributo; finiamo noi stessi per tendere allo sfascio."

Senza dubbio una trama particolare, quella di questo romanzo ambientato nell'apparentemente calma campagna inglese del secolo scorso. Uno studioso di paleontologia, la sua ambibua moglie, il maggiordomo, il giardiniere, la figlia disperata per la scomparsa del fidanzato che ha un intrigo col maggiordomo, la moglie del maggiordomo gentile e alcolizzata, la consuocera ricca... C'è un coacervo di personaggi che sembrano lo stereotipo o il grottesco appunto dei thriller tradizionali. 
C'è un omicidio e c'è un colpevole che sembra certo sin dal principio. Poi però le certezze vacillano, come è giusto che sia in un thriller che si rispetti.
Un romanzo non proprio da ombrellone, nel quale ho fatto un po' fatica ad "entrare" ma che poi tutto sommato è valsa la pena leggere.

La panne (Friedrich Duerrematt)



"I destini si assomigliano tutti"

Un agente di commercio si ritrova, per il classico guasto della macchina, a passare una notte in una villa in cui un gruppo di attempati amici, per gioco, inscena un processo a suo carico.
Il gioco è divertente, la requisitoria è incalzante, domanda dopo domanda l'imputato confessa, e sembra orgoglioso di confessare il suo reato, che ha commesso certo in modo non intenzionale, o forse, ancora peggio, in modo non coscientemente intenzionale.
Si legge davvero in poche ore, il finale è per certi versi prevedibile, per altri terribile.
Fino a che punto siamo disposti ad accettare le nostre azioni? Fino a che punto viviamo consapevolmente la nostra vita? Quanti modi ci sono di far del male a chi ci sta accanto e perfino a noi stessi?
Un romanzo davvero breve, ma intenso.

Cecità (Jose Saramago)



"Senza il futuro il presente non serve, è come se non esistesse"

Un anno fa di questi tempi venivo letteralmente folgorata dalla scoperta di Saramago. Da brava lettrice seriale quale sono, sono tornata a leggere un suo romanzo: questa volta la scelta è caduta su Cecità, che non ha tradito le mie aspettative nonostante le aspettative fossero davvero alte.
Per una misteriosa epidemia di cui nessuno capisce l'origine o la modalità di diffusione, gli abitanti di una città imprecisata divengono improvvisamente ciechi, uno alla volta.
L'unità di crisi del paese decide di chiuderli in strutture adattate alla bell'e meglio, fino a che i ciechi sono talmente tanti che le autorità stabiliscono di obbligare chi venga affetto da questa strana malattia  a restare chiuso in casa. Poi però diventano ciechi tutti, tranne una donna, che vive quest'orrore cercando di salvare se stessa e chi ha vicino dall'abisso a cui sembra destinata l'umanità.

La trama è già di per sè sconvolgente, ma il senso di questa storia lo è ancora di più. Saramago usa la letteratura per svelarci i piccoli abomini di cui siamo fatti noi umani, e le vette di grandezza ordinaria a cui riusciamo ad arrivare.
Il modo in cui vengono raccontati l'orrore, la paura, la forza e tanto altro di quello che c'è di umano e non in questo romanzo è straordinario: uno stileironico, quasi leggero, senza inutile enfasi, senza retorica.
Raccontare l'assurdo in modo normale, raccontare quello che sappiamo di noi e che non vogliamo vedere, quello davanti a cui siamo ciechi. E' straordinario.
Credo che il prossimo anno di questi tempi leggerò ancora Saramago, un libro ogni tanto, che se li leggo tutti assieme poi succede come con Kundera, che non me ne restano più.


Officina Bolìvar (Mauro Daltin)



"Restare fermo perchè si ha voglia di restare fermo, e non per paura di andare."

Giugno è il mese in cui a Portogruaro si svolge un festival della bicicletta e del viaggio lento: Ciclo Mundi. Tra le varie bancarelle ce n'era una che mi ha fatto riscoprire il piacere della lettura di racconti di viaggio, un genere che apprezzo a fasi alterne.
Tra i vari libri che ho comprato c'era Officina Bolìvar, che mi ha fatto fare un viaggio immaginario in un'America che non ho mai visto e mi ha fatto tornare la voglia di viaggiare come facevo da ragazza: senza alberghi, senza mezzi personali, viaggiare tra la gente e senza fretta, senza le tappe caratteristiche del turismo di massa.
Questi racconti sono brevi e intensi, ci parlano di immigrazione friulana in Argentina, del calcio come fatto culturale, di lotte per l'acqua e per i desaparecidos e molto altro. Sono frammenti scritti bene, è come viaggiare accanto allo scrittore che ha la delicatezza di lasciar parlare il paesaggio e la gente che incontra. Un viaggio silenzioso in Sudamerica, un viaggio molto bello che invidio un po' a chi l'ha scritto, ma che in futuro, forse, non si sa mai.

27.6.14

BETTA SA ANDARE IN BICICLETTA



Qualche settimana fa si è svolta a Portogruaro il festival della bicicletta Ciclomundi. Tra le varie bancarelle ce n'era una dell'editore Ediciclo, che proponeva anche libri per bambini di altre case editrici ma con libri aventi il tema del viaggio o della bicicletta.
Abbiamo scelto Betta sa andare in bicicletta, che è stato scritto dall'autrice di Pippi Calzelughe, il mio eroe per eccellenza.

Il libro si legge in un paio di serate, e racconta della piccola Betta, che invidia il fratellino e la sorellina più grandi che hanno già una bicicletta mentre lei ancora ha solo il triciclo. Per avere una bicicletta è disposta a tutto: perfino a rubare quella della vicina di casa.
Tra cadute rocambolesche e pianti inconsolabili arriva infine papà a portarle la tanto sognata bici, che lei sa già usare, o almeno, di questo Betta è fermamente convinta.


Al di là della trama e dei disegni di questo racconto, mi piace sottolineare alcuni aspetti non secondari della storia che abbiamo letto io e miei marmocchi.
Betta è una bambina di cinque anni molto diversa da come ci hanno abituati a immaginare le bambine di quella età.
Non gioca con le bambole, gioca con le macchinine. E' bugiarda, ma nessuno si sogna di sgridarla per questo: da che mondo è mondo i bambini sono bugiardi, hanno tanta fantasia e inventano storie.
E' determinata: vuole la bicicletta e per averla è disposta anche a prenderla di nascosto alla sua vicina di casa.
E' vanitosa: è felice di aver ricevuto un braccialetto per il suo compleanno, ma questo non fa di lei una bambina vezzosa, non diventa per questo una piccola principessa rosa.
Siamo davanti a una forza della natura, a come dovrebbero essere tutte le bambine del mondo se le lasciassimo fare.

Betta, come Pippi Calzelunghe, ci dice che ci sono mille modi diversi di essere una bambina, purchè si possa esserlo in libertà e senza condizionamenti.


(Questo post partecipa al Venerdì del Libro di HomeMadeMamma e all'iniziativa Condividiamo un Libro del gruppo Facebook La Biblioteca di Filippo)


 

Betta sa andare in bicicletta
di Astrid Lindgren
ill. Ilon Wickland
trad. R. Colonna Dahlmann
ed. Il gioco di leggere

Per info:







25.6.14

Mare o montagna?

Il mare di casa (Bibione)

"Mare o montagna?" sembra una domanda innocua. Una a cui rispondere così, a cuor leggero, ma come la maggior parte delle domande a cui siamo abituati a rispondere sottende un significato meno ovvio di quel che pensiamo. Un po' come quando ci chiedono: cane o gatto? oppure: campagna o città?
Con risposte a queste domande ci si nasce, e sono risposte che dicono la nostra storia e il nostro modo di vivere.

il mare di casa (Bibione)

Io, per esempio, preferisco il mare. Ci vivo vicina, ed è già un buon punto di partenza. Ma pensandoci non è certo questo che basta: da casa mia vedo le montagne, e per arrivarci non ci vuole più di un'ora di strada.
Quando ero piccola i miei genitori mi portavano in vacanza sia al mare che in montagna, quindi non si tratta solo di educazione nè di vicinanza.
E' che proprio io amo il mare. Il mare passivo, sia chiaro. Non amo il beach volley, non ho grande resistenza a nuoto, non impazzisco all'idea di un giro in barca e credo che se vivessi in un'isola mi sentirei morire.
Ma amo il mare.
Amo arrivarci al mattino presto, quando non c'è confusione. Stendere un telo, mettermi comoda al sole o sotto l'ombrellone. Leggere, dormire, leggere ancora e ancora dormire. O almeno, questo facevo quando ero ragazza. Adesso che ho i bambini leggo e li guardo, li guardo e leggo. Ed è bellissimo. Questo stare fermi davanti un orizzonte blu. Guardare come sta fermo. Come si muove incessantemente.
Amo il mare. Il mare che amo ancora di più è quello senza troppi turisti, senza ombrelloni in fila, senza troppi divieti. E preferisco che ci sia sabbia, sabbia fina, senza scogli, senza sassi. 

il mare delle vacanze

Quando non sono in vacanza per esempio vado a Caorle, o a Bibione, o ancora meglio a Vallevecchia.
Sono le spiagge più vicine al mio paese. Da ragazza ci andavo in bicicletta, adesso ci vado in macchina e con una borsa di giochi nel bagagliaio. E mi piace, mi piace tantissimo, anche così.


Con questo post partecipo al Blogstorming n.2 del gruppo Facebook Blogger in Veneto

20.6.14

IL BALLERINO DEL SILENZIO


"Non c'è mai una notte uguale a un'altra.
E ogni notte che si rispetti è ricca di sorprese"

Ho conosciuto questo libro grazie a una lettura pubblica che hanno fatto a Portogruaro l'estate scorsa. Mi aveva molto colpita, vuoi per il fatto che era stato letto in una calda sera d'estate al parco, vuoi perchè i lettori erano stati davvero bravi a creare un'atmosfera onirica che si confà perfettamente a questo libro illustrato.

L'ho letto a casa e devo dire che i miei figli hanno apprezzato anche così, senza altri artifici che non siano la mia voce e la bellezza indubbia di queste pagine.
 
 

"Poi c'è il silenzio:
tanti tipi di silenzio.
Quello pieno di rumori lontani
e quello infilato di piccoli suoni.
E c'è il silenzio che rimane,
che dura, che non viene disturbato."

Il ballerino del silenzio racconta di un ballerino che lascia le scene per ballare appunto nel silenzio, solo che il silenzio è sempre più difficile da trovare, va cercato, incontrato, tra le pieghe delle nostre vite che sono frenetiche e, anche quando non lo sono, sono perennemente abbracciate da un continuo rumore di sottofondo.
Il ballerino balla un istante e poi fugge via, nella notte e a volte anche nel giorno, e solo se si è davvero fortunati si riesce a vederlo, a coglierne l'eleganza smisurata, a godere di un attimo di bellezza perfetta.


"A lui serve un silenzio profondo,
quello difficile da sentire."

La narrazione accompagna il ballerino nella sua danza, tra bambini che piangono, violini che provano ad accompagnarlo, voci che cantano. E noi seguiamo questa narrazione poetica e questa danza elegante, e ci troviamo a volteggiare col ballerino nel silenzio paradossale della voce che lo legge.

Pura poesia, pura magia, come solo un libro bello come questo può creare. E la prova è che alla fine della lettura, cala un attimo meraviglioso del silenzio migliore, quello che tutti noi lettori amiamo, quello che precede la domanda di un bambino: mamma, lo leggi ancora?



(Questo post partecipa al Venerdì del Libro di HomeMadeMamma e all'iniziativa Condividiamo un Libro del gruppo Facebook La Biblioteca di Filippo)



 

Il ballerino del silenzio
di Ivo Rosati e Irma Gruenholz
Zoolibri ed.

Per info:


16.6.14

parto da qui

Questa è la storia di un parto. Anzi: è la storia di due parti. No. Non c'è stato nessun parto.
Allora facciamo che questa è la storia di due partenze, una così così, una un po' meglio, ma se da qualche parte bisogna partire allora tanto vale farlo, sia come sia.


La prima storia si chiama Andrea, ed è iniziata in un grigio mattino di gennaio.
Scendo le scale per salutare il mio compagno che sta per andare al lavoro, e mi accorgo che qualcosa sta succedendo, qualcosa che però non è come dovrebbe.
Infatti decidiamo di andare in ospedale, Lorenzo sa che perdere le acque significa che l'attesa è quasi finita, ma non ci crede, siamo un po' in anticipo sui tempi, siamo ancora impreparati a questo evento. Ma i grandi eventi succedono quando vogliono loro, non quando crediamo noi. Siamo sereni e ottimisti, anche quando ci dicono: Il piccolo si sta soffocando col cordone, serve un cesareo d'urgenza.

Quello che viene dopo è un trambusto rapido e silenzioso: un quasi papà che si sente svenire vedendo un'ostetrica, una quasi nonna che arriva trafelata e vede tutto questo e piange, una quasi mamma che qualcosa di più grande di lei sta come stordendo. Non sento dolore in niente di quello che mi fanno, non sento gli aghi, non sento le flebo, niente.
Sento invece una voce e una carezza, la voce dell'anestesista che mi sussurra parole dolci con un accento siciliano che è pura poesia, la voce di Jovanotti alla radio che canta io lo so che non sono solo anche quando sono solo, io lo so che non sono solo, e rido e piango...
E poi la voce del mio Andrea. Io lo so che non sono solo.
Andrea per qualche cosa che se fossi credente non esiterei a definire miracolo, dopo una breve resa, ce la fa. Rosso in viso, sfinito, ma in salute e senza complicazioni.
Mio figlio. Per la prima volta. Mio figlio.

Aurora, lei invece no. Lei non ne vuole sapere di muoversi. Tanto che chiedo sempre a mia mamma e a mia nonna, che di figli ne capiscono: ma com'è che sono così diversi già nella pancia questi due?
Eppure. Aurora non ha fretta. Lei sonnecchia beata nella tana della mia pancia, come un giorno radioso che aspetta di splendere.
Ed arriva quando decide la dottoressa, perchè poi potrebbe essere pericoloso.
In una mattina di agosto, dopo una serata al mare a conclusione di una vacanza meravigliosa e serena.
Un'altra operazione, questa volta alla radio canta Cesare Cremonini: ho visto un posto che mi piace e si chiama mondo...
E la voce della dottoressa che operava e diceva in greco versi che parlavano di Aurora dalle dita di rosa.
Il suo faccino tondo e paffutello, quella smorfia che non dimenticherò mai che è cresciuta con lei.

Andrea e Aurora, due partenze così diverse, così uniche, come ogni volta che si parte. Ed è stata bella la partenza, in quel primo sguardo che mi ha unito ai miei figli, ma ancora più bello è il viaggio, ogni giorno, con lo stesso entusiasmo di allora.


Un po' in ritardo partecipo con questo post all'iniziativa Parto da qui di Maria Elena, Gab e Francesca  . Un'iniziativa molto bella, complimenti per l'idea.


15.6.14

Il fiore che più mi rappresenta




Amo molto le piante e i fiori, vivo in una casa con un giardino in cui amo stare, ma è in terrazza e in casa che il mio pollice verde può sfoggiare le sue migliori abilità.
In terrazza ho un piccolo orticello e tanti fiori. Ad alcuni sono molto affezionata, altri li pianto un po' per amore della bellezza, un po' per la vanità di vedere se riesco a farli vivere e rigogliare.
In un tempo che adesso mi pare lontanissimo c'erano anche piante grasse, succulente, meravigliose ma troppo spinose per lasciarle in un posto in cui di solito giocano i miei bambini.


E però. Però tra queste non c'è il fiore che mi rappresenta.
Quello me lo tengo in casa, chiuso nella stanza meno frequentata. Nel mio bagno rosso, sotto un soffitto con travi a vista, ci sono le mie orchidee.
Se fossi un fiore sarei una di loro. Non ho mai capito come si coltivano, e forse è per questo che mi piacciono.
Hanno le radici fuori dalla terra, le esibiscono come è giusto che sia: perchè sono parte di loro e sono parte della loro bellezza.
Hanno dei fiori meravigliosi che sbocciano quando pare a loro, sono grandi, assomigliano a bocche che non sai se vogliono parlarti o divorarti.
Hanno steli che si arrampicano ovunque, che non necessitano di terra particolare ma solo di aria da respirare e acqua da bere e un punto in cui appoggiarsi: il terriccio acidulo, il substrato sabbioso, i concimi, li lasciano ad altre piante. Come me, che sono felice con poco, ma quel poco dev'essere come dico io e non provate a staccarmici, perchè a quello che amo sono intrecciata con tutta me stessa.



Le colleziono da qualche anno, non potrei più immaginare una casa senza orchidee. Ogni volta che posso ne compro di nuove, e se mi regalano piante dicendomi: "non ti ho preso un'orchidea perchè so che ne hai tante!" beh, allora vuol dire che di me hanno capito davvero poco.



Questo post partecipa alla staffetta "di blog in blog" che trovate in questa pagina Facebook.
Ogni mese i partecipanti scelgono per sondaggio un argomento di cui scrivere nel proprio blog e da pubblicare lo stesso giorno alla stessa ora. L'argomento di questo mese è Il fiore che mi rappresenta è...
E con il mio post passo il "testimone" a Michela, e vediamo qual è il fiore che meglio la rappresenta.

13.6.14

IL MIO NOME E' NO

Questa settimana vi racconto uno degli ultimi libri che mio figlio ha preso in prestito dalla biblioteca di classe. Si tratta di Il mio nome è No!, è un libricino molto piacevole che tuttavia consiglierei più facilmente a bambini più piccoli, anche se ha divertito comunque il mio che ha sette anni.





Un cagnolino ci racconta in prima persona come la famiglia con cui vive lo adori, tanto da chiamarlo sempre col suo nome: NO! 
Urlano No! quando fa marachelle di ogni genere, e lui le fa felicemente perchè sa per esempio che scaldare le lenzuola dei suoi amichetti umani o sbrindellare i giornali per sistemarli è una cosa che notoriamente agli umani fa piacere.
Un libro allegro che racconta con brio i piccoli disastri quotidiani di questo cagnolino che si sente tanto amato, ma non si spiega ancora come mai nella sua targhetta ci sia il nome Spike se in casa lo chiamano No!


Ironico, gioioso e con disegni davvero simpatici. Questo cagnolino monello ha conquistato subito i miei bambini, che ovviamente simpatizzano sempre con chi combina guai dalla mattina alla sera e riesce a farsi amare lo stesso. Cani e marmocchi, uno dei binomi meglio assortiti al mondo!


(Questo post partecipa al Venerdì del Libro di HomeMadeMamma e all'iniziativa Condividiamo un Libro del gruppo Facebook La Biblioteca di Filippo)







Il mio nome è No!
di Marta Altés
Sinnos ed.

Per info:
Sinnos edizioni
Marta Altés


6.6.14

NON PIANGERE, NON RIDERE, NON GIOCARE

"Chiuse gli occhi e immaginò di tenere per mano tutti gli altri bambini come lei: quelli che non potevano stare con i loro genitori, quelli che per starci dovevano vivere prigionieri in una stanza, quelli che alla fine avrebbero potuto piangere, ridere e giocare liberamente."

Mio figlio ha appena finito il primo anno di scuola primaria, ed è in una classe costituita per quasi la metà da immigrati (o meglio: da figli di immigrati) o da bambini che hanno un genitore arrivato da lontano.
Grazie al lavoro che stanno facendo i docenti e un po' spero anche per l'educazione che gli diamo, mio figlio vive questa situazione come una cosa normale. Per Andrea è normale che il suo compagno di banco ogni tanto dica cose in una lingua che lui non capisce, che la sua amica del cuore abbia i capelli annodati in treccine e che alcuni suoi compagni non festeggino le nostre ricorrenze religiose.
Una cosa che l'ha turbato invece molto profondamente è che un paio dei suoi compagni da settembre non saranno più a scuola con lui: durante l'estate si trasferiranno altrove per cercare una vita migliore, un lavoro che anche qui nel nord est d'Italia è difficile da trovare.



Per far affrontare a mio figlio la tematica dell'emigrazione ho pensato di leggere con lui un libro che ne parli con semplicità e onestà, e ho scelto: Non piangere, non ridere, non correre.

Racconta la storia di una bambina italiana degli anni Settanta, che vive in Svizzera da clandestina, con la sua mamma che fa l'operaia e che non può metterla in regola. Teresa, questo il nome della protagonista, passa le giornate da sola in un mini appartamento, non può fare rumore, non può svelare la sua presenza, per timore di essere scoperta e consegnata alla polizia che la farebbe rimpatriare.
Da questa routine sempre uguale la salvano un gatto, entrato per caso nella sua stanza dalla finestra sul tetto, e il suo padrone, un bambino del posto con cui inizierà un'amicizia molto bella e con il quale avrà qualche avventura a lieto fine.

Mi è piaciuto e ci è piaciuto questo libro, che ricorda vagamente Il diario di Anna Frank in chiave ovviamente molto meno drammatica: il gatto in questo caso è foriero di salvezza, e non ci sono amici che tradiscono ma che fanno quello che fanno gli amici: ti aiutano. Qui l'umanità è mostrata nel suo bello, nel suo lato gioioso e capace di dare fiducia e speranza, come dovrebbe essere sempre, non solo nei libri per i ragazzini.
Mi è piaciuta molto la figura della protagonista, che è una bambina fuori dagli schemi che siamo abituati a vedere negli spot della televisione per esempio: corre sui tetti, non si lascia intimorire anche se è timida, cerca l'appoggio del suo amico ma non ne è mai completamente succube, non le importa se la mamma la pettina come non vorrebbe, sa che quello che conta è visibile al suo amico senza bisogno di apparire bella.
Mi sono piaciute le mamme di questo bel romanzo: una fa l'operaia, l'altra l'avvocato, non sono solo mamme, ma donne che si realizzano o che provvedono al benessere anche materiale della loro famiglia, una cosa che purtroppo non ho trovato spesso nei libri per bambini che ho letto fino ad oggi. Spesso mio figlio mi chiede perchè le mamme degli spot o dei suoi librini non lavorano mai e io invece sì, questa volta ci siamo risparmiati una spiegazione.
Un ottimo esempio di buon libro, che consiglio davvero di cuore.

(Questo post partecipa al Venerdì del Libro di HomeMadeMamma e all'iniziativa Condividiamo un Libro del gruppo Facebook La Biblioteca di Filippo)




Non piangere, non ridere, non giocare
di Vanna Cercenà
illustrazioni di Francesca D'Ottavi
Lapis Edizioni
Anno di pubblicazione: 2014

Per info:
Lapis Edizioni
Vanna Cercenà
Francesca D'Ottavi


 

1.6.14

Un luogo magico della mia città

Piazza della Repubblica: il monumento ai caduti e il municipio

Ogni tanto quando scrivo do per scontato che chi mi legga sappia più cose di me e della mia vita di quante non ne abbia mai dette. Ad esempio: sapete forse che vivo in Veneto e che ho un legame molto forte col Salento per origini e non solo, ma della mia città ho parlato poco, e credo che sia un vero peccato perchè nel suo piccolo qualche parola se la merita.

uno scorcio di canale poco fuori le vecchie mura della città

Vivo a Portogruaro, una città a misura di famiglia, bella da vedersi e adesso che ho figli anche da viversi. Da ragazza per divertimi andavo al mare, le spiagge di Bibione, Lignano, Caorle e Jesolo distano pochi chilometri, menre per fare shopping nella vicina Pordenone o a Treviso. Adesso che ho due figli e un lavoro che mi occupa più tempo di quanto vorrei, per stare bene non ho bisogno di spostarmi, mi basta prendere la bicicletta e fare un giro sul lungofiume.

il fiume visto da un ponte

Che detta così non sembra forse una grande cosa, ma vi garantisco che è davvero una meraviglia.
Perchè unisce due cose che amo alla follia: il piacere di stare coi miei figli e la bicicletta.
Quindi in queste sere di fine maggio in cui inizia a fare caldo, ma ancora di più tra poco, quando la scuola sarà finita e i miei marmocchi saranno meno stanchi, noi ci avviamo spensieratamente lungo le sponde del Lemene, a guardare le ochette e i cigni che dormono, a fare slalom tra la gente che passeggia o fa jogging, a chiacchierare come vecchie comari pedalando e pensando a dove andare a mangiare un gelato. 

uno scorcio dell'antica chiesetta della pescheria


Portogruaro, certo, non è solo questo. E' anche un centro storico ispirato niente meno che a Venezia, è un municipio dalla merlatura inconfondibile, è la Piazzetta della Pescheria con i mulini ad acqua e le ochette a cui portare il pane vecchio. Ed è bello esserci, soprattutto d'estate, che si rianima un po'.


il fiume Lemene visto dalla pista ciclabile che porta a Concordia Sagittaria
Io ho girato il mondo e amo farlo ad ogni scusa possibile. Ma amo anche il mio paesello, col suo dialetto un po' così, che sia i veneti che i friulani ci sfottono un po' perchè (dicono gli altri) non è nè carne nè pesce. Portogruaro, placida e inamovibile, all'apparenza, come l'acqua dei suoi fiumi. Poi basta trovare il punto giusto per godersi la vita, meglio se davanti a un buon spriz.

immancabile spriz

Con questo post partecipo per la prima volta e con grande piacere al Blogstorming del gruppo Facebook Blogger in Veneto


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